D11 Razionalizzazione
La coerenza costruita dopo
Ci sono momenti in cui una decisione viene presa in pochi secondi, magari sotto pressione, magari per impulso, magari per evitare qualcosa che non volevamo sentire fino in fondo. La spiegazione, invece, arriva con calma. Ordinata, lineare, convincente.
È questo scarto temporale che rende interessante la razionalizzazione.
In psicologia viene descritta come un meccanismo attraverso cui rielaboriamo un evento per renderlo coerente con l’immagine che abbiamo di noi. Ma, più che la definizione, conta il momento in cui interviene: spesso dopo che l’emozione ha già fatto il suo lavoro.
“Non era la scelta giusta per me.”
“In fondo non mi interessava davvero.”
“Ho preferito così.”
Frasi plausibili, a volte sincere. Eppure, in certe circostanze, funzionano come un riassetto interno. L’evento resta quello che è stato; ciò che cambia è il significato che gli attribuiamo. La mente non nega necessariamente il fatto. Lo ricolloca in una narrazione più compatibile con la nostra identità.
La coerenza è un valore potente. Sentirsi contraddittori o incoerenti produce una tensione sottile che difficilmente tolleriamo a lungo. Così interveniamo sul racconto. Non per mentire, ma per stabilizzare.
In contesto organizzativo questo meccanismo è meno teorico di quanto sembri. Un progetto fallisce. Un investimento non produce i risultati attesi. Una scelta strategica si rivela prematura. Dopo l’impatto iniziale, spesso emotivo, arriva una spiegazione che rimette ordine: “Era una fase necessaria.” “I tempi non erano maturi.” “Il mercato non era pronto.”
Alcune di queste affermazioni possono essere corrette. Altre, meno. La differenza non è sempre evidente, perché la narrazione è costruita in modo coerente. E la coerenza, quando è ben confezionata, suona convincente anche a chi l’ha prodotta.
Il rischio non è l’errore in sé — che resta fisiologico in qualsiasi processo decisionale — ma la perdita di apprendimento. Se la spiegazione serve soprattutto a preservare l’immagine di competenza, di lucidità o di controllo, alcune informazioni utili potrebbero essere escluse dal quadro.
La razionalizzazione è elegante proprio per questo: non cancella ciò che è accaduto, lo rende compatibile. Riduce la frizione interna, attenua la dissonanza, permette di andare avanti senza incrinare eccessivamente l’autostima.
Eppure, a volte, ciò che protegge nel breve periodo può impoverire nel lungo. Perché comprendere davvero una decisione richiede anche di sostare in quella zona meno ordinata in cui riconosciamo motivazioni meno nobili, pressioni esterne, timori che non avevamo dichiarato.
Accorgersi della razionalizzazione non significa diffidare di ogni spiegazione che diamo. Significa, piuttosto, domandarsi quando quella spiegazione è nata. È emersa insieme alla decisione? O è arrivata dopo, con il compito di ricomporre qualcosa che si era incrinato?
La mente cerca coerenza. È una sua forma di economia. Ma non sempre la versione più coerente è anche la più istruttiva.
E quando raccontiamo una scelta passata, può essere utile chiedersi se stiamo cercando di comprenderla davvero… oppure se stiamo solo assicurandoci che l’immagine di noi resti intatta.
Nel mio mestiere la razionalizzazione arriva sempre alla fine: il pubblico ricostruisce a posteriori una spiegazione ordinata di ciò che è appena successo. Vedere quella ricostruzione mentre si forma è una delle cose che rendono utile uno spettacolo di mentalismo dentro un contesto aziendale.