«Ma come hai fatto?» È la domanda che mi viene fatta più spesso, di solito a fine serata, quando le luci si sono riaccese e qualcuno resta indietro ad aspettare che si liberi lo spazio. Non posso rispondere del tutto. Ma posso fare una cosa più utile: togliere di mezzo quello che non è.

Osservazione durante una performance di cold reading

Alcuni la fanno per curiosità sincera. Altri la fanno con l’aria di chi ha già una teoria in tasca e vuole vedere se regge. Entrambe le versioni mi piacciono, e nessuna delle due è una sfida: non ho niente da difendere. Quello che non mi piace è lasciare la domanda senza nessuna risposta, come se fosse maleducazione averla fatta.

Quindi facciamo così: non ti dico come si fa. Ti dico su cosa poggia. È meno di quello che vorresti sapere, ma è molto più di quello che di solito ti viene detto.

Partiamo da cosa non è

Prima di dire cosa c’è dietro, conviene sgombrare il campo. Perché le tre spiegazioni che sento più spesso sono tutte sbagliate — e sono sbagliate in modo interessante, cioè dicono qualcosa su come funziona la nostra testa quando non capisce una cosa.

1. Non sono poteri

Non leggo la mente. Nessuno legge la mente. Non ho percezioni extrasensoriali, non ricevo informazioni per vie misteriose e non credo di averne. È una precisazione che faccio sempre, anche a costo di rovinarmi un po’ l’effetto, perché la differenza fra un mentalista e un sensitivo non è di grado: è di onestà. Un sensitivo dice di avere un dono. Io dico di avere un mestiere.

2. Non ci sono complici

È la seconda ipotesi più gettonata: «ci sarà qualcuno d’accordo». La capisco, perché è la spiegazione più economica. Ma è anche quella che regge di meno in un contesto aziendale, dove le persone sul palco le sceglie il pubblico stesso, spesso davanti a colleghi che si conoscono da anni e si accorgerebbero in mezzo secondo se uno dei loro stesse recitando.

3. Non è la tecnologia

La terza ipotesi è tecnologica, ed è quella cresciuta di più negli ultimi anni. La risposta non è un no secco: la tecnologia la uso. Ma la uso per una cosa sola, amplificare un effetto che esiste già. Resta uno strumento — e uno strumento non aggiunge niente a chi non ha già qualcosa da dire.

Perché c’è una cosa che nella tecnologia non troverai mai, per quanto avanzata diventi: l’empatia. Accorgersi di chi ha voglia di partecipare e di chi invece preferirebbe sparire. Capire quando una persona sta scherzando e quando ha appena detto una cosa vera. Sapere quando fermarsi.

L’ottanta per cento del mio lavoro è fatto di quello. Nel venti per cento che resta ci sta tutto il resto, tecnologia compresa.

Su cosa poggia davvero

Tolte quelle tre, resta il lavoro vero. Sono quattro cose, e nessuna delle quattro è un segreto: sono tutte materie che si possono studiare. Il segreto, semmai, è cosa succede quando le metti insieme e le usi bene.

L’osservazione

Le persone comunicano continuamente, anche quando credono di stare zitte. Come sono vestite, cosa fanno le mani mentre parlano, dove si posiziona il corpo, quanto ci mettono a rispondere. Non è intuizione: è raccolta di dati, fatta in fretta e in modo sistematico. La tecnica che sta al centro di questo lavoro si chiama cold reading, e se vuoi vedere da vicino come funziona ci ho dedicato una pagina intera.

Il linguaggio

Le parole non sono un contenitore neutro. Come formuli una domanda decide in buona parte che tipo di risposta ti arriva — e non perché la persona sia suggestionabile, ma perché ogni domanda contiene già un pezzo della propria risposta. È un tema che mi interessa da anni, e che va molto oltre il palco: succede identico in una riunione, in una trattativa, in un colloquio.

L’attenzione

L’attenzione umana è una risorsa limitata e mal distribuita. Guardiamo un punto solo alla volta, ci convinciamo di aver visto tutto, e ricostruiamo il resto a memoria senza accorgercene. Non è un difetto: è il modo in cui il cervello risparmia energia. Sapere dove guarda una sala, in un dato secondo, è metà del mestiere.

La psicologia del comportamento

Le persone sono molto più prevedibili di quanto amino pensare — non come individui, ma come gruppi. Davanti alla stessa richiesta, un numero sorprendente di persone fa la stessa scelta. Non tutte. Non sempre. Ma abbastanza spesso da poterci costruire sopra un lavoro, e abbastanza raramente da doverlo sapere fare anche quando quella scelta non arriva.

C’è però una condizione senza la quale niente di tutto questo funziona, ed è la meno tecnica di tutte: bisogna rallentare. In una sala corrono tutti — il servizio, i discorsi, le conversazioni, i telefoni. Chi sta dentro quel flusso vede pochissimo, perché sta usando tutta l’attenzione per starci dentro. Uscirne di un passo, e andare a una velocità diversa da quella di tutti gli altri, è quello che permette di vedere le cose che nella corsa spariscono.

Non vale solo sul palco: l’ho scritto anche a proposito delle squadre di lavoro, ed è probabilmente la cosa più utile che questo mestiere mi ha insegnato.

Se ti interessa il quadro d’insieme — cos’è il mentalismo come disciplina, da dove viene, che rapporto ha con la magia — l’ho raccontato in che cos’è il mentalismo.

Una sera, uno smalto scheggiato

C’è un momento che faccio spesso, a cena. Passo al tavolo con un cubo che ha sei facce di sei colori diversi e chiedo a una persona di sceglierne uno, lasciandolo a faccia in su — così anche gli altri seduti lì vedono la scelta e in un certo senso partecipano. Poi si copre, io mi giro, e comincia il reading.

Quella sera, prima ancora di girarmi, avevo notato una cosa. La ragazza aveva le unghie smaltate di nero, tutte. Ma su un dito lo smalto era scheggiato in un punto piccolissimo, e sotto si vedeva del verde. Lo stesso verde del vestito che indossava.

Non è una deduzione da romanzo. È una sequenza banale: il verde era stato scelto in tinta con l’abito, quindi con cura, quindi in un momento in cui aveva voglia di essere abbinata e vista. Il nero ci era finito sopra dopo.

Le dissi che era una persona diretta, aperta, con una curiosità naturale forte; che probabilmente in quel periodo aveva incassato una piccola delusione e stava tendendo a chiudersi. Le dissi anche che mi sembrava una soluzione momentanea, e che a ogni chiusura si rischia di non vedere un sacco di cose.

La sua prima reazione non è stata lo stupore. È stata girarsi verso l’amica seduta accanto e chiederle se mi avesse raccontato qualcosa. L’amica, ovviamente, no. Allora si è alzata ed è andata a chiedere la stessa cosa a un’altra amica, seduta a un tavolo diverso.

Poi ha fatto la cosa che mi è piaciuta di più: mi ha seguito. Di nascosto, per un paio di tavoli, convinta che a tutti stessi dicendo più o meno le stesse quattro frasi buone per chiunque.

Non era così, e se n’è accorta da sola. Che è l’unico modo in cui, su queste cose, uno si convince davvero.

Il metodo con cui il colore del cubo torna fuori, quello resta dov’è. Ma la lettura no: la lettura era tutta lì, su un’unghia scheggiata che aveva davanti anche lei.

Perché non ti dico come si fa

Arrivati qui, la domanda resta: e allora il metodo? Il metodo non lo racconto, e voglio spiegarti perché — perché non è una posa da mago geloso.

Il primo motivo è che rovinerebbe il lavoro alle persone sbagliate. Ci sono professionisti che campano con queste tecniche e che si sono fatti anni di studio: bruciarle in un articolo per far vedere quanto sono bravo sarebbe un pessimo scambio.

Il secondo motivo è più interessante, e riguarda te che leggi. Sapere come si fa non è la stessa cosa che capire perché ha funzionato. Ho visto persone a cui è stato spiegato il metodo restare più confuse di prima, perché il metodo è la parte noiosa: quella che conta è cosa succede in una sala quando cinquanta persone vivono insieme lo stesso istante. Quella parte lì non si smonta, perché non è un trucco. È un’esperienza, e le esperienze non hanno un dietro le quinte da svelare.

Ma il motivo vero è il terzo, ed è quello a cui tengo di più.

Sono profondamente convinto che provare meraviglia sia ancora oggi — e spero che niente ce la porti mai via — una delle sensazioni che ci fanno stare meglio. Non è un lusso e non è roba da bambini: è lo stato in cui la testa si riapre, smette di dare le cose per scontate e ricomincia a creare. Da adulti ci capita sempre più di rado, e quasi sempre per caso.

«Chi non sa più fermarsi a meravigliarsi e restare rapito nello stupore è come morto: i suoi occhi sono spenti.»
— Albert Einstein, Il mondo come io lo vedo (1931)

Spiegare come si fa significa spegnere esattamente quella cosa lì, e restituirti in cambio una nozione. Non è un buono scambio: la nozione la dimentichi in una settimana, la meraviglia te la ricordi per anni.

Detto in un altro modo: se ti dicessi come si fa, ti darei la cosa meno preziosa che ho — e ti toglierei l’unica che valeva la serata.

Cosa cambia, se stai organizzando un evento

C’è un motivo pratico per cui questa distinzione conta, e non è filosofico.

Se pensi che un mentalista funzioni per poteri, complici o tecnologia, allora quello che stai comprando è una sorpresa: un effetto che si consuma nel momento in cui accade. Ma se il lavoro poggia su osservazione, linguaggio, attenzione e comportamento umano, allora stai comprando qualcos’altro — qualcosa che parla direttamente di come lavorano le persone in sala, e che continua a significare qualcosa il giorno dopo.

È la ragione per cui in azienda un mentalista non è un riempitivo fra la cena e i saluti finali. Ho raccontato per esteso come funziona il mentalismo in un evento aziendale: cosa serve davvero, quanto dura, cosa cambia in una convention rispetto a una cena.

Se invece vuoi vedere che forma prende tutto questo dal vivo, la trovi in Argus Experience.

Domande frequenti

Come fanno i mentalisti a indovinare quello che pensi?

Non lo indovinano e non lo leggono. Un mentalista lavora su quattro leve: osservazione sistematica della persona, uso preciso del linguaggio, gestione dell’attenzione del pubblico e conoscenza di come le persone si comportano in gruppo. Il metodo specifico di ogni singolo effetto fa parte del mestiere e non viene divulgato.

I mentalisti usano complici tra il pubblico?

Io no. In un evento aziendale sarebbe anche piuttosto rischioso: le persone in sala si conoscono tra loro e si accorgerebbero subito se un collega stesse recitando una parte.

Il mentalismo è una forma di magia?

Sono parenti ma non sono la stessa cosa. La magia lavora sull’impossibile dichiarato — un oggetto che sparisce. Il mentalismo lavora sulla mente, sulle scelte e sulle percezioni, e resta sempre nel campo di ciò che potrebbe essere umanamente possibile. È proprio questa ambiguità a renderlo interessante.

Un mentalista ha poteri paranormali?

No, e chi dice di averne sta facendo un altro mestiere. Un mentalista è un professionista dell’intrattenimento che usa tecniche di osservazione, psicologia e comunicazione. Il fatto che sembri qualcos’altro è esattamente il punto.

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