La prima volta che ho letto questa frase ho sorriso. Sembra una battuta, ed è anche una battuta: la dice un mentalista, uno che con la lettura della mente ci lavora. E se ti stai chiedendo che cos’è di preciso un mentalista, l’ho spiegato a parte. Sotto c’è l’ironia di chi ti avverte: attento a cosa pensi, qualcuno potrebbe accorgersene.
In Italia il nome di Lior Suchard dice poco, ma all’estero è uno dei mentalisti più noti al mondo. Israeliano, si è esibito davanti a Barack Obama, ha partecipato ai talk show americani più importanti e gira il mondo con spettacoli in cui sembra leggere e influenzare i pensieri del pubblico. Quando una frase del genere la dice uno così, vale la pena fermarsi a guardarla meglio.
E più la rileggevo, più smetteva di essere una battuta.
Siamo le parole che usiamo
Paolo Borzacchiello, che studia da anni il rapporto tra linguaggio e pensiero, lo ripete spesso: noi siamo le parole che usiamo. Non è una metafora. Le parole che scegliamo — anche quelle che diciamo solo a noi stessi — costruiscono il modo in cui leggiamo quello che ci succede. E con il tempo diventiamo quelle parole.
Il meccanismo è più concreto di quanto sembri. La parola che usi per nominare una cosa decide l’emozione che provi, e l’emozione decide come reagisci. “Ho un problema enorme” e “ho una cosa da risolvere” descrivono la stessa situazione, ma attivano due stati mentali diversi — e quindi due comportamenti diversi. Cambiando la parola, non stai mentendo a te stesso: stai scegliendo da quale angolazione affrontare la cosa.
Chi davanti a un ostacolo si dice “è un disastro, non c’è niente da fare” ha già chiuso la ricerca. Chi si dice “la situazione è complicata: cosa posso fare adesso?” la tiene aperta. Il problema è identico. La mente che lo affronta no.
Ecco perché la frase di Suchard, sotto l’ironia, è un invito concreto: cura i tuoi pensieri, perché i pensieri diventano parole, le parole diventano atteggiamenti, e gli atteggiamenti decidono come affronti anche le situazioni che non hai scelto.
Nessun “se ci credi, puoi”
Mettiamo subito in chiaro una cosa, prima che qualcuno mi scambi per un motivatore da palasport: non sto dicendo che basta crederci. Le cose non funzionano così. E chi te le racconta così, di solito, ha qualcosa da venderti.
Il pensiero positivo non cancella i problemi e non sostituisce il lavoro. Fa una cosa più piccola e più utile: tiene la mente in condizione di cercare. Una soluzione nuova non arriva mai a una testa che ha già deciso che non esiste. È tutto qui. Niente magia, niente mantra: solo una mente che resta operativa invece di arrendersi in anticipo.
I pensieri non restano privati
E qui torna il mestiere mio. Quando entro in una sala per un evento aziendale, prima ancora di salire sul palco so già che aria tira. Non è magia: è attenzione. I pensieri filtrano — nella postura, nel tono, nel ritmo con cui le persone si parlano, nella qualità del silenzio.
Una sala in cui le persone vogliono essere lì è diversa da una sala in cui le persone pensano di dover essere lì. Si sente. E vale anche fuori dal palco: in un team, le parole che circolano — quelle vere, non quelle delle riunioni — costruiscono o deteriorano il clima un pensiero alla volta.
Suchard probabilmente voleva solo fare una battuta elegante. Ma le battute eleganti spesso nascondono cose vere: i tuoi pensieri non sono mai del tutto privati. Stanno già influenzando chi ti sta intorno. Tanto vale che siano pensieri buoni — non per sembrare positivi, ma per stare meglio e affrontare meglio quello che arriva.
E se proprio qualcuno te li sta leggendo, almeno fai bella figura.
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